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La resistenza agli antibiotici provocherà 10 milioni di morti nel mondo entro il 2050. E l’Italia è tra i Paesi messi peggio

La Resistenza Agli Antibiotici Provocherà 10 Milioni Di Morti Nel Mondo Entro Il 2050. E L’Italia è Tra I Paesi Messi Peggio

Ogni anno in Europa circa 25.000 persone muoiono per avercontratto infezioni provocate da batteri resistenti agli antibiotici. Nel 2014 il governo inglese ha affidato all’economista O’Neill il compito di compilare un report per tracciare un quadro del problema. Ne è uscita una fotografia sconcertante, che mostra che entro il 2050 nel mondo ci saranno 10 milioni di morti per il fenomeno della resistenza agli antibiotici, un numero superiore a quelle causate dal cancro. Secondo le stime della Commissione europea, la resistenza agli antibiotici provocherà 39.000 morti all’anno (rispetto ai 25mila attuali). Si tratta di statistiche basate su modelli matematici, anche se le cose potrebbero cambiare.

In Italia ogni giorno si consumano 27,8 dosi di antibiotico ogni 1.000 abitanti. Il maggior consumatore a livello mondiale è la Turchia (41), seguito dalla Grecia (34), dal Sud Corea (31,7) e dalla Francia (29). Subito dopo ci siamo noi.

L’Italia, inoltre, è tra i paesi in cui si riscontra la maggior concentrazione di resistenza agli antibiotici per determinati microrganismi. Ne è un esempio la Klebsiella pneumoniae, un batterio che in Italia ha un tasso di resistenza intorno al 34% contro una media UE del 6%.

Si tratta di un dato preoccupante perché le infezioni causate da questo microrganismo, in concomitanza con altre patologie del paziente, presentano un tasso di mortalità elevato”, spiega Nicola Petrosillo, direttore del Dipartimento Clinico e di Ricerca in Malattie Infettive dell’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma, centro di eccellenza nazionale riconosciuto dal Ministero della Salute.

Negli ultimi anni il fenomeno della resistenza è aumentato in modo significativo. Le cause del problema sono molteplici; il consumo elevato di antibiotici, in comunità e nelle strutture assistenziali, di certo va annoverato tra queste. In Italia spesso i pazienti tendono ad auto-prescriversi l’antibiotico e talora addirittura cercano di procurarsi un antibiotico dalla farmacia senza prescrizione. Questo è un uso scorretto degli antibiotici, che favorisce lo sviluppo di resistenze. L’antibiotico deve essere utilizzato in maniera razionale, cioè quando è necessario, per il tempo necessario e a dosaggi ottimali. Questo è uno dei punti critici da capire”.

Tra le cause del problema c’è poi l’uso degli antibiotici nella zootecnia.

Gli antibiotici – spiega Petrosillo – vengono dati in maniera intensiva agli animali e a volte vengono utilizzati scorrettamente in maniera profilattica per evitare lo sviluppo di infezioni e favorire la crescita degli animali. Questo fenomeno – che deriva da ragioni prettamente economiche – contribuisce in misura elevata all’aumento delle resistenze, non solo in Italia ma in tutti i paesi europei”.

Nelle strutture sanitarie c’è un’elevata circolazione di questi germi resistenti agli antibiotici. Ciò si verifica laddove c’è poca osservanza delle misure di prevenzione e controllo delle infezioni: dal semplice lavaggio delle mani al mancato isolamento dei pazienti con i microrganismi resistenti.

Il mancato rispetto di queste procedure – dice il Dottor Petrosillo – influisce sulla trasmissione di questi microrganismi da un paziente all’altro”.

Da uno studio del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) emerge infatti che il 6% dei pazienti ricoverati in Europa ha contratto infezioni correlate all’assistenza ospedaliera. In Italia la percentuale di prevalenza è leggermente superiore e si assesta intorno al6,3%.

Sorprende, inoltre, il dato sul consumo degli antibiotici: in Italia il 44% dei pazienti al momento dello studio aveva in corso di somministrazione un antibiotico, contro una media europea del 35%. Sopra l’Italia ci sono solo Grecia (54,7%), Cipro (45,2%), Portogallo (46,4%), Romania (49,9) e Spagna (45,1%), mentre all’estremo opposto ci sono Francia (21,4%), Ungheria (22,8) e Germania (23,9%).

Occorre riflettere su questi dati per diffondere una cultura corretta sull’uso dell’antibiotico, che deve essere mediata prima di tutto dai medici esperti in ambito infettivo”, afferma Petrosillo.

Il contenimento delle resistenze non dipende solo da un utilizzo corretto dell’antibiotico, ma anche dal rispetto delle misure igieniche per impedire che le infezioni si diffondano. Anche sotto questo punto di vista, l’Italia non sembra brillare. L’indagine condotta dall’Ecdc, infatti, mostra uno scarso uso del gel alcolico per lavare le mani nelle strutture italiane: se in Francia si usano in media dai 10 ai 30 litri circa di gel al giorno per 1.000 pazienti, in Italia se ne consumano meno di 10. A complicare ulteriormente la situazione c’è poi un fattore pratico. Negli ospedali italiani risulta più difficile isolare i pazienti che sviluppano batteri resistenti agli antibiotici perché ci sono meno stanze singole: sono il 5-10% contro una media europea del 24,2%.

Il fenomeno della resistenza agli antibiotici rischia di gravare moltissimo sulle finanze statali. Si stima, infatti, una perdita di 2.900 miliardi di dollari entro il 2050 nei soli paesi Ocse.

L’Italia ha ancora molta strada da fare per risolvere il problema. In molti ospedali mancano i comitati di controllo delle infezioni e protocolli specifici per gestire i pazienti che sviluppano resistenze in modo tale da ridurre le probabilità di contagio.

Per risolvere il problema – afferma il Dottor Petrosillo – non basta però solo mettere in piedi negli ospedali queste procedure di controllo. Le iniziative prese devono essere concrete, non rimanere solo sulla carta. Non basta fare le cose, ma occorre monitorare, controllare e verificare in modo costante le iniziative avviate per valutarne l’efficacia. Solo così si può capire se si sta lavorando bene. Anche in questo il nostro Paese deve migliorare”.

Fonte: https://it.businessinsider.com/la-resistenza-agli-antibiotici-provochera-10-milioni-di-morti-nel-mondo-entro-il-2050-litalia-e-tra-i-paesi-messi-peggio-ecco-perche/

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